Lorenzo Togni
Ci sono battaglie in cui non basta saper danzare sul ring per evitare il colpo letale. Oggi, 18 marzo, l’Italia si ferma per la Giornata in memoria delle vittime del Covid-19, e nella Bergamasca questa data non è solo un segno sul calendario.
È una ferita ancora aperta. È il ricordo delle sirene nel silenzio irreale della primavera del 2020, un mese maledetto in cui la nostra terra ha pianto cinquemila vite in più rispetto al marzo precedente.
Tra quei cinquemila c’erano nonni, madri, padri, medici. E c’erano uomini che sembravano invincibili, scolpiti nel marmo e nella leggenda locale. Come Angelo Rottoli.
Dal pallone ai guantoni
Se sei cresciuto nell’Isola Bergamasca negli anni Ottanta, il nome di Rottoli non aveva bisogno di presentazioni. Non era solo un pugile, era un idolo popolare. Nato a Presezzo nel 1958, Angelo aveva il fisico da statua e i capelli lunghi di chi sa di piacere. Da ragazzino correva dietro a un pallone, ed era così bravo che l’Atalanta gli aveva già messo gli occhi addosso. Fu suo fratello maggiore, Giuseppe, a intuire che il destino di Angelo non era sull’erba, ma tra le corde di un ring, trascinandolo in palestra.
Il “Bello e impossibile”
Fu l’inizio di una favola. Lo chiamavano il “Bell’Alì“, perché sul quadrato non si limitava a combattere: ballava, irridendo gli avversari con una tecnica e un’eleganza che raramente si vedevano nei pesi massimi-leggeri. Era il playboy di provincia che conquistava l’America trionfando ad Atlantic City e che inaugurava lo Stade Louis II di Montecarlo. Aveva un carisma tale che, secondo una nota leggenda metropolitana poi ripresa dalle cronache, la stessa Gianna Nannini, folgorata da un incontro con lui, scrisse la celebre hit Bello e impossibile.
Il sogno del campione che non dimentica le origini
Eppure, dietro le luci della ribalta, Angelo restava l’uomo del popolo. Quello che non si era mai sposato per non allontanarsi troppo dall’adorata madre, con cui ha vissuto fino all’ultimo giorno. Quello che incantava il Palazzetto di Bergamo difendendo il titolo di Campione Italiano e che, nel febbraio del 1987, fece sognare un’intera provincia sfidando il portoricano Carlos De Leon per il Mondiale WBC. Stava vincendo, Angelo. Danzava e colpiva, accarezzando il tetto del mondo, finché un colpo sfortunato non gli aprì una ferita al quinto round. Fu la prima volta che fu costretto a fermarsi, proprio a un passo dalla vetta più alta. Si sarebbe consolato poco dopo, cingendo i fianchi con la cintura di Campione d’Europa.
Quando i guantoni vennero appesi al chiodo nel 1990, Angelo non si trasformò in un divo inarrivabile. Passeggiava per la sua Ponte San Pietro salutando tutti, autoironico e sorridente. “Adesso sono perfettamente fuori forma“, scherzava con chi gli ricordava i fasti del passato. Il suo cuore era rimasto lì, tra la sua gente, sotto il cielo di quella stessa provincia che trent’anni dopo si sarebbe trasformata nell’epicentro di una pandemia globale.
L’ultimo round
L’ultimo round di Angelo non si è combattuto sotto i riflettori di un palazzetto, ma nel silenzio di una stanza del Policlinico di Ponte San Pietro. Il Covid-19 si è accanito sulla famiglia Rottoli con una ferocia inaudita. Nel giro di due settimane, il virus si è portato via l’anziana madre 96enne, poi Giuseppe, il fratello che gli aveva insegnato ad amare la boxe, e infine, il 28 marzo del 2020, ha piegato anche il campione. A 61 anni, il “Bell’Alì” ha ceduto all’unico avversario che non poteva mandare al tappeto.
Oggi il Palazzetto dello Sport di Ponte San Pietro porta il suo nome, e la sua cintura di Campione d’Europa riposa lì dentro, esposta come una reliquia laica. In questa giornata di lutto e memoria, ricordare Angelo Rottoli significa ricordare ognuna di quelle cinquemila anime che ci hanno lasciato in quel tragico marzo. Vite spezzate da un nemico invisibile, che però non è riuscito a cancellare l’orgoglio, la forza e la memoria di una terra che, come i veri campioni, ha saputo incassare il colpo e rialzarsi.










