Carcere a vita per entrambi. È questa la richiesta formulata dalla pm Letizia Ruggeri nei confronti di Carmine De Simone (25 anni) e Mario Vetere (24 anni), accusati dell’omicidio del 57enne Luciano Muttoni, massacrato di botte nel suo appartamento di Valbrembo la sera del 7 marzo 2025.
Oltre all’ergastolo, l’accusa ha chiesto 9 mesi di isolamento diurno per De Simone e 6 mesi per Vetere. I due rispondono di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa della vittima e dal nesso con la rapina. Secondo la ricostruzione dei Carabinieri, infatti, il pestaggio mortale (avvenuto con calci, pugni e il calcio di una pistola scacciacani) è stato il tragico epilogo di una rapina degenerata, durata venti interminabili minuti definiti dall’accusa “da film dell’orrore”.
L’agonia della vittima e il bottino irrisorio
Ciò che rende il quadro ancora più agghiacciante è il comportamento successivo all’aggressione. La pm ha sottolineato come Muttoni, lasciato agonizzante sul pavimento in una pozza di sangue, si sarebbe potuto salvare se gli aggressori avessero fatto anche solo una telefonata anonima al 118. Invece l’uomo, che viveva solo, è spirato il giorno successivo a causa di un grave edema encefalico. I due malviventi se ne andarono via a bordo dell’auto della vittima portando con sé un bottino misero: appena 50 euro e quattro carte di credito che tentarono invano di utilizzare.
Le parole degli imputati e le scuse in aula
Nell’udienza di mercoledì 25 marzo, i due giovani hanno preso la parola per fornire le loro versioni e chiedere scusa ai familiari della vittima (presenti in aula quattro degli otto fratelli di Muttoni). Mario Vetere ha confermato di essere stato reclutato per “un lavoro” (ovvero una rapina) e di essersi limitato a immobilizzare la vittima e a colpirla con due pugni solo per tenerla ferma quando la situazione è precipitata, uscendo poi a cercare le chiavi dell’auto. «Mi chiedo tutti i giorni perché non ho chiamato i soccorsi – ha dichiarato – mi sono bloccato per lo choc, volevo solo prendere cocaina per staccarmi dalla realtà».
Il presunto movente della vendetta
Diverso il racconto fornito da Carmine De Simone Dicecca, che ha tentato di smontare l’aggravante della rapina parlando di una “spedizione punitiva”. Il 25enne ha sostenuto di aver voluto picchiare Muttoni per vendicarsi di un presunto tentativo dell’uomo di entrare in bagno mentre la sua ex fidanzata (ospite nell’appartamento due notti prima) si stava facendo la doccia. «Ero sveglio da due giorni per via della cocaina, ho avuto una reazione d’impulso ma non volevo ucciderlo», ha dichiarato in aula.
Le incongruenze e le prossime date
Una versione, quella della vendetta, che non convince affatto la pm. L’accusa ha infatti evidenziato diverse falle: in primis il fatto che lo stesso Vetere abbia sempre parlato di un piano per commettere una rapina e, in secondo luogo, che la fidanzata di De Simone non abbia mai accennato a presunte molestie da parte di Muttoni durante i suoi interrogatori. De Simone, inoltre, non ha risposto alle domande della giudice su come si procurasse i soldi per la droga pur essendo disoccupato, né sul ritrovamento di hashish e di un cellulare nella sua cella. Il processo si avvia ora alle battute finali: il 7 aprile la parola passerà alle difese (l’avvocato Luca Bosisio per De Simone e Daniele Tropea per Vetere), mentre l’attesa sentenza è fissata per il 20 aprile.








