Nessun ergastolo per la brutale aggressione sfociata nell’omicidio di Luciano Muttoni, il 58enne ucciso nella sua casa di Valbrembo il 7 marzo 2025. La Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dal giudice Donatella Nava (a latere Sara de Magistris), ha emesso la sentenza di primo grado dopo circa un’ora di Camera di Consiglio: 23 anni e mezzo di reclusione per Carmine De Simone Dicecca (25enne di Bergamo) e 16 anni per Mario Vetere (24enne di Brugherio). I due giovani, una volta scontata la pena, saranno sottoposti a tre anni di libertà vigilata. Evitata dunque la richiesta del pubblico ministero Letizia Ruggeri, che per entrambi gli imputati aveva invocato l’ergastolo.
Le attenuanti e la strategia delle difese
A evitare il carcere a vita è stata la concessione delle attenuanti generiche – ritenute equivalenti per De Simone e prevalenti per Vetere – che hanno di fatto annullato le aggravanti della minorata difesa e del nesso con la rapina. Le motivazioni saranno depositate tra 90 giorni, ma i difensori hanno espresso soddisfazione. L’avvocato Luca Bosisio (legale di De Simone) ha puntato su un’aggressione nata non per scopi predatori, ma come “ripicca” per uno sguardo di troppo alla fidanzata dell’imputato. L’avvocato Daniele Tropea (per Vetere) ha invece evidenziato il ruolo marginale del suo assistito, che non era armato e sarebbe rimasto paralizzato dalla violenza del complice. Entrambi i legali hanno fatto leva sulla giovine età e sul passato difficile degli imputati, definiti «figli dell’abbandono» e segnati dalla tossicodipendenza, chiedendo per loro una possibilità di riscatto.
L’agonia di 36 ore e il magro bottino
La ricostruzione del delitto resta agghiacciante: Muttoni (che aveva già problemi di salute) fu aggredito a calci, pugni e colpi inferti con il calcio di una pistola scacciacani. I due imputati fuggirono poi con un bottino misero: 50 euro, un vecchio cellulare, quattro carte di credito (mai utilizzate) e la vecchia Golf della vittima. Ma il dettaglio più crudo è che Muttoni fu lasciato agonizzare sul pavimento per 36 ore prima del decesso, senza che nessuno chiamasse i soccorsi.
La rabbia e la delusione dei familiari
Un verdetto che ha lasciato l’amaro in bocca ai sei fratelli della vittima presenti in aula. «Non ci sono commenti – ha dichiarato la sorella Mariella Muttoni –. L’hanno lasciato lì 36 ore in agonia. Avrebbero potuto chiamare il 112, anche in forma anonima. Tra una quindicina d’anni saranno fuori dal carcere, ci aspettavamo una condanna più severa». Dello stesso avviso una nipote: «Luciano si poteva salvare, non era necessario infierire. Questa non è giustizia».
Il terzo complice Nell’inchiesta figura anche una terza persona: Alessandro Alfì, già giudicato con rito abbreviato e condannato a 5 anni e 8 mesi. Secondo gli investigatori avrebbe fatto da intermediario per la rapina a Valbrembo. Alfì è stato inoltre riconosciuto colpevole di un altro colpo messo a segno il 17 febbraio a Ponte San Pietro proprio insieme a De Simone, durante il quale fu rapinato un automobilista.








